L’esasperazione dei conflitti non può essere norma di condotta

E va bene per il leader carismatico, il mago dell’antipolitica che parla al cuore della gente, dicendo pane al pane e vino al vino. Va bene pure per il disegno politico di fare argine alla “malagiustizia”, denunciandone i vizi e gli abusi che sono d’ostacolo alla separazione dei poteri, condizione irrinunciabile di un regime libero. Leggi tutti gli altri interventi del girotondo Dite la vostra su Hyde Park Corner, Twitter o Facebook
10 AGO 20
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E va bene per il leader carismatico, il mago dell’antipolitica che parla al cuore della gente, dicendo pane al pane e vino al vino. Va bene pure per il disegno politico di fare argine alla “malagiustizia”, denunciandone i vizi e gli abusi che sono d’ostacolo alla separazione dei poteri, condizione irrinunciabile di un regime libero. E però, una volta ammessa la singolarità del personaggio, una volta riconosciuta la carica rivoluzionaria con cui ha cambiato il costume politico italiano, e persino legittimato il diritto di replica agli attacchi continui, e forse in parte davvero persecutori, da parte della magistratura, anche il cittadino più filoberlusconiano del mondo, anche il più conquistato dalle prodezze del premier, si domanda: non sarà il caso di porre un limite? Il metodo della provocazione permanente, l’aggressione costante contro i poteri dello stato, le critiche al laser nei riguardi delle altre figure istituzionali, sono davvero necessarie? Davvero servono a corroborare il consenso del leader carismatico? O non sarà che Berlusconi sta esagerando? Che stanco forse di vent’anni di lotta in prima fila, stia un po’ smarrendo il senso delle proporzioni?

Forse il presidente del Consiglio in questo modo pensa di sedurre i suoi elettori, di stregare e stupire, di motivare e mobilitare i molti suoi aficionados, disposti a fare l’alba sulle scale del Palazzo di Giustizia a Milano. Eppure, è proprio in mezzo a loro, fra il popolo degli entusiasti della prima ora e degli irriducibili, dei sempre pronti a partire lancia in resta contro l’ipocrisia e il tartufismo della politica, che comincia a serpeggiare il dubbio. E così, molti adesso appaiono perplessi davanti alla deriva irrefrenabile di un leader, sia pure carismatico, che si diverte a elevare l’esasperazione del conflitto a norma di condotta, che non si perita di accusare di eversione la stessa magistratura inquirente, e ferirla nel suo stesso principio di legittimità.

Tanti sembrano insofferenti. Si convincono che seppur giusto in teoria, il metodo rischi in pratica di risultare fallimentare, perché anziché indebolire la parte avversa, finisce per rafforzarla e indebolire il loro mito, il demiurgo dell’antipolitica, della rivolta del cittadino contro l’establishment. Perciò, adesso, anche i più miti, anche i più rassegnati, anche i più scettici o i più divertiti fra i fedelissimi di Berlusconi, sembrano tentati di prendere una buona volta l’iniziativa e dire: “Attenzione! Sta esagerando, presidente”. Basta scherzare col fuoco. E soprattutto basta insistere con numeri da cabaret sui drammi di milioni di italiani. A che serve propalare barzellette sconce, e umiliare in pubblico tanti ricercatori d’eccellenza? Con 1.500 euro al mese possono pure permettersi di infilarsi una giacca che non si abbottona e un paio di scarpe marroni sul pantalone blu. Il tempo della risata idiota rischia di essere scaduto.
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